Il carissimo Fabrizio Berlati mi invita ad esprimere un giudizio sui diffusori INDIANA LINE DIVA 552, dopo avermi lasciato, espertamente, un paio di mesi di ascolto dall'acquisto.

Lascio alla loro alta professionalità qualunque analisi tecnica del prodotto e, con grande piacere ed onore, cerco di esprimere le mie impressioni d'ascolto, supportate, ormai per quasi mezzo secolo, da un udito dedicato al mondo della musica e della riproduzione sonora.

I due diffusori, temporaneamente, sono interfacciati con una coppia ONKYO degli anni ottanta: amplificatore A 807 Integra da 80 watts e CD player DX 6850. Collegamento biwired con ottimi cavi da 2.5mm. Collaborano anche con una Smart TV per lo streaming di bellissimi concerti sull'App dei Berliner Philarmoniker.

Le due Dive hanno subito irradiato in casa un suono elegante, morbido, equilibratissimo e limpido.

E questo suono emesso è molto reale, questo è il bello: un'acustica elegante e felice come si può godere in particolari sale da concerto o in certi concerti dal vivo con server di prima qualità.

Quando ascolto musica in casa è per me inevitabile confondere le due dimensioni, quella della riproduzione artificiale e quella originale del fare musica: il suono dell'orchestra e di tutti gli strumenti è per me familiare al pari della mia voce. Questo, probabilmente, cambia i parametri di valutazione e giudizio, rispetto ad un audiofilo appassionato ma a digiuno di palchi, prove, registrazioni, incisioni, pianoforti dai differenti caratteri, violini antichi e nuovi, strumenti da studio e professionali, flauti di alpacca o d'oro o d'argento, ance di canna o di plastica, corde di budello o di metallo, ecc. ma anche suonare un po' in avanti sul palco o no, posizionare microfoni, mettere pannelli, golfi mistici.

Insomma, questa mia gradevole traveggola ascoltando musica riprodotta è costante con le Diva 522, spesso ho la sensazione di avere il contrabbasso in casa, la cassa della batteria impuntata al parquet del soggiorno, la soprano che canta Schubert seduta sul divano, il quartetto d'archi che suona sui miei leggii.

In un'altra stanza ho un trio vintage '70 al quale sono molto affezionato: un paio di Celestion Ditton 44, un Marantz 1070 e un Thorens D166, suono inglese, morbido, forse troppo, slow sound direi parafrasando una nota ideologia gastronomica.

Suono sempre comunque rispettabile e gradevole. Allora c'era ancora lo spazio per piazzare due belle casse che ti compensavano con risposte di frequenza straordinarie.

La mia esperienza, quindi, in fatto di impianti d'alta fedeltà è stata fatta su prodotti di classe media, non ho mai investito in elementi esoterici, state of art ecc. con budget alla portata comune. Negli anni ottanta ho acquistato dei diffusori Sonus Faber Parva pilotati con un ampli Naim che ho lasciato assieme alla mia penultima abitazione e dei quali, confesso, non ho alcuna nostalgia. Perché, per le ragioni di cui sopra, questa estrema ricerca del suono veloce, duro, tonico, quello che forse adesso, mi sembra, continui per esempio a difendere l'ideologia Bose, mi estraniava dall'ascolto, avvertivo tutta l'artificialità, il protagonismo nel quale si evolveva il campo dell'HI-FI. Impianti che incutevano rispetto ma che trovavo, personalmente, aggressivi ed invadenti. Per non parlare della triste esperienza con un impiantino della Bang&O pieno di sussiego ma poco musicale.

Scusate questa divagazione ma penso serva a comprendere ciò che vorrei dire sulle Diva 522.

Ascolto tutto ciò che mi sembra bello e autentico e ringrazio le Dive e soci per aver:

  • sentito il contrabbasso di Jesper Bodilsen nel CD Mi ritorni in mente di Bollani

  • risuscitato Jochum con la Staatskapelle di Dresda nelle Sinfonie di Bruckner

  • trovato ancora qualcosa di inaudito in Foxtrot dei Genesis

  • portato lo Steinway di Ingolf Wunder con Chopin in casa

  • passato una serata con Sufjan Stevens, che mi ha sussurrato il suo ultimo Carrie & Lowell

  • fatto riprendere in mano tutti gli album di Jarret

  • fatto pizzicare l'arpa di Joanna Newsom e stordito con la sua voce da Kate Bush

  • finalmente, fatto sentire i fogli frusciare sui timpani in Let me tell you di Abrahamsen

  • fatto godere la pura voce di Bernarda Fink in Frauen Lieben und Leben

  • visto luccicare i piatti di Christensen

  • messo i colori al caro Canterbury Sound

  • provato l'ancia di Brandford

  • sentito l'asprezza citrica di certi attacchi di Davis

  • riprodotto la tridimensionalità di una terza di Mahler

Crossover piazzati con grande sapienza, qualità del materiale, twitters senza mania di protagonismo, bassi perfetti, grandi e asciutti, medi di grande raffinatezza e dolcezza, chissà cosa, ma queste Diva 522 mi piacciono tanto e non sento minimamente la curiosità di alternative, tanto completa è la soddisfazione.

E che siano italiane mi riempie di orgoglio

E dire che, prima di acquistarle, avevo qualche pregiudizio perché, ai tempi delle Ditton, l'Indiana Line produceva delle casse-utilitarie dal buon rapporto qualità-prezzo ma decisamente inferiori a tutta la squadra inglese.

So che una critica che si rispetti evidenzia i difetti rispetto alle qualità; qui perdonatemi ma non saprei veramente cosa scrivere e sarebbe ingiusto che inventassi qualcosa per darmi il tono. Forse l'estetica, così monolitica che, a detta della consorte, ha un aspetto già demodé.

Una nota finale che fuori tema non è: di certo so che tutto ciò è grazie all'entusiasmo e alla professionalità di Extrasound, questa Azienda che, in un deserto così diffuso da un marketing selvaggio, è un'oasi dove ancora si ritrova passione, voglia di confronto e dialogo, rispetto ed attenzione, un riferimento per persone sensibili come noi.

In fede!

Mauro Pedron